Personal Project

thesis supervisor | Angelo Linzalata

designer | Nadir Dal Grande

coordinator | Edoardo Sanchi

Diaspora parte con una drammaturgia della separazione e della sua elaborazione. La separazione dagli affetti, da tutto ciò che è conosciuto e che si può chiamare casa. L’abbandono dell’infanzia per abbracciare un’inedita maturità. La separazione dalla vita col sopraggiungere della morte. Separarsi definitivamente da tutto ciò che componeva l’intricato tessuto del nostro vissuto precedente è necessario per poi abbracciare una nuova fase, ma questo processo equivale a un lutto, a un percorso o a una fase di passaggio introspettiva che ha molto del rituale e che si ripropone più volte nell’arco di una vita. Anche se le note di questo progetto tendono a farsi progressivamente più scure sin dalla sua premessa, Diaspora in realtà non è che una cacciata della morte, che viene attraversata, vissuta e infine esiliata dal divampare della luce. È l’esigenza di una resurrezione anche al di fuori del sacro. È la necessità del cambiamento che avviene sempre e solo in seguito all’aver dato prima un significato all’esperienza passata. Questa Tribù, in effetti, migra attraverso sé stessa e affida il domani all’ignoto, lascia alle spalle il caro, il conosciuto, e si volge verso lo sconosciuto.
In questa migrazione rituale che lascia la casa, attraversa il deserto e arriva al mare, si riscoprire il concetto di estraneo, ovvero l’altro modo di essere, il diverso, ma è anche l’opportunità per una nuova contemplazione di se stessi: ‘‘io così diverso da come mi conoscevo’’. Non è forse questo il presupposto del cambiamento?

set designer