Don Giovanni è una figura leggendaria di cui non sappiamo nulla se non l’essenziale. Questa è la verità che sancisce il successo di un personaggio tanto misterioso e affascinante del dramma giocoso di Mozart e Da Ponte. Non sappiamo quello che prova, non sappiamo se ciò che dice corrisponde a ciò che pensa. Di lui abbiamo un’idea solo attraverso le testimonianze degli altri personaggi, che per lo più lo odiano, lo amano con disperazione o addirittura lo invidiano e vorrebbero somigliargli fino a sostituirlo come timidamente traspare da Leporello. Tutti i personaggi, nessuno escluso, ci fanno capire di vivere in un dramma in cui esistono essenzialmente in funzione di Don Giovanni e nella loro tragica ossessione nei suoi confronti. Un’attrazione quasi demoniaca verso la scelta moralmente sbagliata, verso l’espressione incontrollata dell’istinto in un perenne contrasto interiore tra il controllo della razionalità e la spinta propulsiva verso la soddisfazione del piacere e della passione. Il tema del ‘‘contrasto’’ e di questa profonda lotta interiore che vive nei personaggi mi ha portato ad analizzare tutto ciò che emergeva dalla loro relazione con Don Giovanni, e quindi del loro graduale abbandono della ragione per immergersi nel mondo dell’istinto. Era interessante questa lotta interna e questa dualità che portava sempre a uno spaesamento, a un perdersi sempre più profondo e irreparabile. I personaggi infatti arrivano addirittura a non riconoscere più loro stessi, non si capacitano dei loro atteggiamenti e lottano con i loro desideri.

L’ossessione per Don Giovanni, in tutto ciò che rappresenta, si manifesta nel costume dei personaggi come una deformazione del loro aspetto che viene sempre più contaminato dai tratti tipici degli uccelli come rappresentazione della loro parte animale, selvatica e istintiva che emerge sempre di più e divora tutta la percezione della realtà. L’uccello che è libero e danza per sedurre, che usa i suoi colori per ammaliare nel vortice dell’accoppiamento e che più di ogni altra cosa teme la gabbia. Una gabbia in cui effettivamente i personaggi si sentono mentalmente rinchiusi poiché non riescono a sfuggire dal controllo e dall’attrazione che Don Giovanni esercita su di loro. La prigionia e lo spaesamento in cui vivono si concretizza in un labirinto, le cui pareti richiamano le gallerie d’amore degli uccelli giardinieri, ma con una natura che è a sua volta deformata, surreale e imprevedibile. Il labirinto è dunque uno spazio mentale in cui tutti i personaggi entrano per cercare Don Giovanni, un labirinto che vive nella loro mente, un luogo oscuro che cambia in continuazione.

È un’estensione di Don Giovanni, la sede dell’istinto e della passione, dove tutte le regole della razionalità cadono e non hanno alcun valore. Egli è il padrone assoluto di questo spazio e si muove liberamente fra i tanti cunicoli poiché accetta pienamente ogni suo desiderio e vive solo per saziarlo. All’interno di questo labirinto che si apre in nuovi bivi e si chiude in continui vicoli ciechi, i personaggi sprofondano nelle loro tentazioni e vedono prendere forma i loro desideri più inconfessabili attraverso le apparizioni sui riflessi di un grande specchio. Questi miraggi o allucinazioni sono l’opportunità, per noi spettatori, di vedere il vero volto di questi personaggi che mentono in continuazione a sé stessi e agli altri.

Spicca al centro dello spazio un’alta torre bianca, dove si ha la possibilità di vedere tutto dall’alto, con una prospettiva diversa, logica e razionale. È l’unico modo che hanno i personaggi per trovare un orientamento in questo spazio sempre mutevole, un perno al centro del caos, la ragione che finalmente riesce a dominare l’istinto. La torre è quindi l’antitesi di Don Giovanni, e per questo ruotando rivela di essere anche il mausoleo in cui il Commendatore attende il suo assassino, nonché la tomba in cui lo trascinerà con lui. Egli è a sua volta ossessionato da Don Giovanni, e anche lui esiste in funzione di questa ossessione, di un pentimento che non riuscirà a ottenere. Anche lui, come gli altri, non troverà pace con la morte di Don Giovanni, di cui l’idea infatti non può svanire. È per questo che sul finale, tutti i personaggi vedranno chiudersi su di loro le pareti del labirinto in cui sono entrati, restandone intrappolati per sempre. Il palcoscenico diventa metafora della mente e delle ossessioni, dove la figura di Don Giovanni continuerà ad apparire.

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